Bambolotto

Quando ero piccola avevo un bambolotto che non era Cicciobello. Non ricordo di averci mai giocato molto. Non credo facesse niente, non credo nemmeno piangesse se toglievi il ciuccio. Forse non aveva nemmeno il ciuccio. Era solo un bambolotto. Era quel periodo ed era quel tipo di famiglia. Non serve la cosa di marca. Le cose si aggiustano. Se funziona non si butta via. Gli avanzi non si sprecano. Una sobria austerità. Ma non mancavano le cose considerate “serie”: le lezioni di musica, i libri, le enciclopedie. E poi lo sport, le domeniche in campagna, il pranzo in trattoria, le vacanze estive (in montagna), il mare – da casa in auto tutti insieme – di mattina presto che poi c’è troppa gente. Il lockdown del bambolotto quindi, come è stato?Il bambolotto non aveva grandi scorte in casa, quindi all’inizio si è trovato privo di parecchie cose: c’è stata una spesa iniziale “fisica” e poi la ricerca di cibo a domicilio da fonti alternative, visto che i supermercati non erano ricettivi alle richieste di consegna: impossibile prenotare sul web, impossibile telefonare. Fornitori di terze parti ci hanno permesso di continuare a mangiare qualcosa che non fosse solo pasta e tonno… ma hanno portato austerità e autarchia. Si fa il pane, si fa la pasta sfoglia, si cucinano torte di verdura con quello che c’è. Faticoso. Faticoso il lavoro d’ufficio – impegnativo anche più del solito –  con nonchalance, come se fosse tutto normale – e in più la gestione della casa, anche se suddivisa equamente. Cosa comprare, quando, cosa arriverà, presto c’è da cucinare se no le cose vanno a male… L’allarme aveva comunque spazzato via il disappunto o la rabbia per le speranze deluse, i momenti perduti, le occasioni mancate di cose a lungo progettate e ora scomparse.Ma questo è comunque niente. I pensieri d’ombra erano comunque presenti, se riflettevi razionalmente vedendo le file di camion militari con i cadaveri o le terapie intensive piene, o i ricoveri tipo ospedale da campo dove morire soli e male. La domanda: “quindi magari finisce così?” non possiamo non essercela fatta. O anche “e se non si trovasse più da mangiare?” ”E se non funzionasse più internet?” ”Se non ci fosse più l’energia elettrica?” Fino a “e se si rompe un tubo dell’acqua?” Insomma il range delle sfighe, dal problema domestico irrisolvibile alla morte propria o dei propri amati era ampio. Ma. Ci sono anche deadline, cose da fare, verdure da cuocere, farina da cercare, meeting, scadenze. Telefonate. E così tutto scivola là sotto. E poi l’ombra si ritira piano. Là in un angolo. Riemergono lamentele normali “che peccato non poter fare questo” “che peccato non poter fare quello” – ma intanto pensiamo che siamo fortunati, pensiamo a chi sta peggio: da chi sta male a chi non lavora. Da chi è solo da mesi a chi ha intorno situazioni difficili. E vai. E passano i giorni. Ma. Il tempo è sempre poco, senti che tutto il tuo tempo svanisce nel lavoro e nelle operazioni quotidiane e ti chiedi “come facevo prima?” – a vivere, intendo.E allora arriva un primo pensiero: quello che rendeva la vita più facile non era certo andare in ufficio fisicamente, prendere i mezzi, vedere gli amici o passeggiare. E nemmeno il week end fuori città quando possibile. Era la progettazione, il look ahead, la prospettiva. In background, mentre ti sposti per andare al lavoro, mentre aspetti qualcosa, mentre fai qualcosa di elementare, molti processi mentali ti portano lontano: quelli che progettano un possibile viaggio, un’escursione, un concerto, uno spettacolo, un racconto, una serata diversa, un incontro, un regalo. Quella è la cosa che è mancata, che sta mancando. Che forse tornerà a mancare. Un futuro incerto non è solo – eventualmente – angoscia o paura: è privazione della prospettiva, impossibilità di progettare. E’ di fatto un muro per l’immaginazione e una prigione per la mente. Questo bambolotto vive bene se può progettare: i progetti danno luce ad ogni momento faticoso e palloso della quotidianità. Lavorare al buio è molto più difficile.Ma ora siamo in una nuova fase e a poco a poco tutto quello che abbiamo dovuto congelare lo riprendiamo dal freezer. Gli incontri con i parenti, con gli amici. Il parrucchiere, il pub, il ristorante. Uscire in città, andare per negozi. Passeggiare all’aria aperta, uscire da casa, dal municipio. Dalla regione. Oh! E adesso che abbiamo indietro quello che avevamo messo da parte, però, c’è un problema inaspettato. La delusione. Magari quello che avevamo messo via come tanto prezioso, che abbiamo aspettato di riavere indietro non è così interessante. Come quando vai in ferie e torni. O quando hai fatto una lunga malattia, una lunga trasferta. Un lungo viaggio. Due mesi. Due mesi senza quegli oggetti, quei vestiti. Adesso li hai di nuovo. Forse li ricordavi diversi, forse quando ti mancavano ti parevano bellissimi, indispensabili. Non parlo del fatto di aver imparato a fare a meno di qualcosa. Parlo della possibilità della delusione: guardare la propria vita “precedente” e vedere che forse non era ok come pensavamo che fosse. Ora che stiamo tirando fuori le cose dalla cella frigo una per una, i vecchi giocattoli fuori dalla scatola uno per uno, i pezzettini della nostra vita uno per uno… li guardiamo con occhi diversi. Sono così importanti? Ed è una domanda difficile. Se non lo sono, quello che facevamo – quello che eravamo – è insoddisfacente per come siamo ora. Lo era già? Non ce ne eravamo accorti? E se ogni oggetto che tiriamo fuori da quella scatola ci sembrasse da buttare? Quello che mi sto chiedendo è se siamo pronti a guardare nella scatola, a prendere in mano gli oggetti e guardarli con questo nuovo occhio. Forse invece rimetteremo tutto dove stava prima, senza vedere davvero.

Margot

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