La Strada, Sopravvivenza, #4

Negli ultimi tempi, in una certa bolla in cui si riflette di letteratura e Antropocene ma anche in una bolla più larga in cui si è capito che certi libri non sono solo romanzi, The Road di Cormac McCarthy viene interrogato come un testo mantico, un oracolo in grado di dare risposte su cosa/come scrivere nei prossimi tempi. Tuttavia la dimensione metaletteraria esonda sempre rispetto a questo genere di riflessioni, le tangenti schizzano in ogni direzione, perché McCarthy ha qualcosa di misteriosamente sapienziale, e il suo ultimo romanzo pubblicato, in attesa del nuovo che pare già scritto ma che lui non si decide a fare uscire, ha il potere di farci discutere su cose che non c’entrano nulla con la carta stampata, gli editori e le librerie. The Road è un “gioco potenziale”, e in questo spazio potenziale si aggirano anche le chiacchiere esorcizzanti, quelle che vorrebbero abbassare o disinnescare la radioattività del testo. La più frequente, la più diffusa, è generata da padri-lettori-scrittori. Non voglio dire che questi padri-lettori-scrittori abbiano tutti realmente dei figli. Voglio dire che in un modo o in un altro rientrano tutti nella fenomenologia di chi il libro lo ha letto e sentito troppo “come padre”, in un totale crollo dell’incredulità che continua ad agire emotivamente anche diversi anni dopo la lettura. Per capirlo bisognerebbe riguardare il video della rarissima comparsa televisiva di McCarthy da Ophra Winfrey, quando racconta del motel, del figlio di tre anni, della genesi del libro. Oppure bisognerebbe scorrere le migliaia di lettere e testimonianze di padri che hanno letto il libro quando avevano un figlio piccolo in casa. Anche io non mi sono salvato dalle sirene, e nel 2010 ho scritto questa nota di lettura:

La strada o Meridiano di sangue: immagino già nei prossimi anni la discussione tra i partigiani dell’uno o dell’altro, tra quelli che considerano McCarthy il più grande in assoluto. Anche io lo considero il più grande, assieme a Melville, Hemingway e Faulkner (recitano così anche le quarte di copertina… ), e tra i due libri ho scelto La strada, per alcune ragioni che esporrò qui, forse male, forse nell’agitazione, ma per ragioni che sono le stesse per cui vorrei che un vero amico lo leggesse. La strada è una storia lineare, quasi senza flashback, senza slittamenti di piani e di prospettiva, è un racconto in cui fabula e intreccio coincidono smentendo l’imperativo romanzesco. Anche lo stile, sempre molto potente, è schiacciato, asciugato, senza i grandi affreschi epico-barocchi di Meridiano di sangue. Sembra che questa volta McCarthy abbia voluto desertificare ancor più la scrittura, la storia, il paesaggio, è come se i deserti tra Messico e Texas non gli bastassero più, ci voleva qualcosa di più definitivo, di irreversibile. Siamo dunque nel postapocalisse nucleare. Un padre cerca di sopravvivere per far sopravvivere il figlio, anche se sa che il futuro non esiste più. I due umani attraversano un mondo calcizzato, vetrificato, senza foglie d’erba, con alberi neri e stecchiti come pali del telegrafo. L’aria piena di cenere è ovunque, come ovunque sono i pericoli, e le carcasse di case, di auto, di uomini. I pericoli vengono dalla fame, dalla mancanza di acqua non contaminata, da bande di sopravvissuti assassini, dalla perdita della speranza. In tutto questo il padre e il bambino sono attaccati a una strada, pericolosamente, necessariamente, come al cordone ombelicale di una Terra morta. Quella strada non possono lasciarla, perché li guida verso est, verso il mare, e anche perché oltre quella strada non c’è niente, tranne materia grezza inattraversabile. È però sulla strada che si fanno gli incontri peggiori, sempre uguali, sempre inumani, con dei “cattivi” capaci delle peggiori atrocità, quelle a cui McCarthy ci ha abituato nei suoi violentissimi libri. Padre e figlio avanzano comunque, trovano il mare, ma su quel mare c’è solo il mare, nient’altro, solo la fine della storia. Perché La strada è tutta qui, è solo se stessa, senza metafore, e con un epilogo senza remissione che rovescia il cervello e l’anima come un guanto. Davvero, il libro è tutto qui. O meglio, la storia. Perché il libro è Il vecchio e il mare di questi anni, di anni in cui letterariamente e umanamente vengono al pettine i nodi di un Postmoderno che è morto, assieme alla sua stucchevole ironia, l’11 settembre di qualche anno fa. La strada è insomma il libro che personalmente aspettavo da una ventina d’anni, è il libro che ho letto in una notte calma, mentre mia figlia e la madre di mia figlia dormivano di sopra. È il libro che in quella calma fuori dal mondo mi ha lacerato e commosso come mi accadeva solo da ragazzo: sono salito in camera, mi sono allungato vicino alla carne della mia carne come un sopravvissuto, come un padre destinato a morire ma ancora vivo, e ho ringraziato Dio, gli dei, me stesso, il caso, di essere ancora là e di avere un cuore caldo e pulito di umanità a pochi centimetri dal mio. Basterebbe questo per leggere il più bel libro in prosa degli ultimi anni. Ma La strada è anche il libro che oltre a tutto il resto mi ha fatto credere di nuovo, oggi, alla potenza della parola. Mi sono detto che se vivo in un tempo in cui qualcuno come McCarthy scrive, allora non posso lamentarmi di attraversare un’epoca di epigoni e di nani. I grandi ci sono e, come sempre, come da sempre, ci indicano “la strada”, proprio qui, proprio ora. Per una volta, insomma, non si tratta di parlare di stile o di scrittura, ma di una parola-racconto potente e ultima come quella del cacciatore che, attorno al fuoco di volti e di silenzi, dice la preda e il predatore di sempre, dice le cose che contano su tutto il resto: viaggiare, sopravvivere, amare. Il libro è arrivato in Europa da pochi mesi, in Francia non è ancora stato pubblicato, ma anche da noi, come in America, diventerà (immagino) un magnete di discussioni tra i lettori attenti. Le ragioni sono molte, la più forte delle quali è che si tratta di un libro che assomiglia a un tremendo testamento collettivo: una Terra distrutta, un’umanità irredenta, un padre e un figlio che sono l’ultimo nocciolo di luce nelle tenebre vittoriose. Uno specchio non tanto di quello che saremo continuando a depredare il pianeta, ma uno specchio di quello che siamo già, abitati da una fame di roba che ci ha già portato alla perdizione, che ha già tirato fuori il peggio di cui siamo capaci come specie. Leggendo La strada si avverte da subito questo azzeramento severo del tempo e della Storia. Padre e figlio vivono in una specie di Paleolitico prossimo venturo, sono i portatori del fuoco, e McCarthy accende qua e là spie evidenti per additare questo corto circuito temporale tra futuro e passato, per mostrare come il presente, il nostro presente ignaro e autocompiaciuto, sia portatore in sé dell’inizio e della fine, del Tutto e del Niente, della luce e del buio. Perché il solo errore che si potrebbe fare leggendo questo libro è di scambiarlo per una “favola avveniristica dalla pregnante carica metaforica”, come direbbero i venditori di cultura. Di avveniristico invece non c’è niente, semplicemente McCarthy ha scelto il dopobomba perché aveva bisogno di un deserto ultimo in cui far scomparire l’inessenziale, le distrazioni, il troppo umano. I frammenti di paesaggio, più che parlare dell’apocalisse, parlano di una crosta terrestre aliena, di un mondo minerale acido morto tagliente come un grosso asteroide, di una Terra altra che non ci ha “rigettato”, ma che semplicemente continua a rimuovere le sue lente marmellate geologiche senza di noi. Personalmente ci sento molte cose, dalla critica sociale de La macchina del tempo di Wells fino a autori che probabilmente McCarthy non ha letto, come il Juan Liscano di Fundaciónes, autori che come lui proiettano l’uomo in un Fuori così totale solo per obbligarci a relativizzare la nostra presenza qui e ora sulla Terra. Nel libro, l’ansia della ricerca del cibo che ormai, a meno che non si vogliano mangiare altri umani, è il cibo in scatola trovato in vecchie dispense scampate al saccheggio, è il qui e l’ora della nostra fame di oggetti di consumo, è il Niente che avremo di fronte al Tutto dei supermercati che abbiamo, ed è il Niente interiore rispetto al Tutto che avremmo potuto avere. L’insistenza di McCarthy sul cannibalismo dei pochi sopravvissuti, da cui solo il padre e il figlio non sono toccati, va più in là delle atrocità che la sua penna sa evocare come paesaggi in distanza. Si tratta, ancora una volta, non di una facile metafora filosofico-ambientalista sull’uomo che divorando il pianeta sta divorando se stesso, ma della constatazione disincantata che l’autodistruzione è codificata in noi come un fatto “naturale”, e che le eccezioni sono eccezioni senza sbocco. Una specie di antropologia negativa, per criticare il concetto di Storia e la sua retorica tronfia, per sgonfiare la P di Progresso, e per salire sempre più in basso verso gli archetipi primordiali della specie (alcune scene di notturni, di sogni cattivi, di gioia semplice andrebbero custodite come icone di arte rupestre di un Pleistocene a venire. Sono frammenti che con la loro bellezza disperata battono il corpo dell’anima come una saga islandese). Ma questo annullare il tempo, questo portarci in un futuro anteriore e in un passato remoto per parlare dell’eterno presente della sconfitta umana, non è il vero cuore del libro. Non questa volta. Leggendolo si vedrà che la forza delle pagine è anche in questo aprirsi a mille interpretazioni, ma credetemi, a McCarthy non interessa, a lui non importa scrivere per parabole. Quello che davvero conta per lui è la storia d’amore tra un padre e un figlio, una storia ancora più centrata sulla paternità proprio perché la madre, annichilita dalla mancanza di futuro, abdica alla propria maternità, nega alla radice il mito stucchevole della dea-madre, e se ne va, scompare nella sua tenebra solipsistica lasciando marito e figlio a se stessi. Resta allora l’essenziale, restano due uomini, uno grande e uno piccolo, legati da un vincolo ancestrale, patrilineare e fraterno, un vincolo che ha valore nonostante tutto. Il nulla che circonda i due uomini è la notte su una fiamma d’acciarino: se la fiamma si spegnerà, la sua bellezza è l’unica cosa che avrà contato in questo mondo. Ecco perché leggere La strada: non perché è un classico assoluto, o perché ci mette in guardia dalle patologie della specie, o perché è scritto in modo magistrale, ma perché contro ogni tendenza attuale, che lo si creda o no, e per ragioni che vanno ritrovate in noi, ci racconta che essere padri è la chiave della salvezza”.

Ho voluto riportare per intero questa cosa scritta ormai un’intera vita fa per due ragioni. Perché intercetta alcune cose vere prima di tanti discorsi sull’Antropocene, e perché purtroppo mi aveva fatto entrare a pie’ pari nel clan dei padri mccarthyiani, da cui oggi occorre prendere le distanze. Perché NO, The Road non mette al centro la storia di un padre e di un figlio, non è vero che sarebbe altrettanto potente se si cambiasse setting e la si spostasse, che so, nell’Alabama della Grande Depressione, ed è un errore grave confondere semplicisticamente il senso del libro con i personaggi ai quali il senso è affidato. Contraddicendo dunque quello che avevo scritto dieci anni fa, vorrei recuperare il momento dell’abbandono della madre, che rinuncia alla vita e va via, perché la sua uscita di scena non crea un padre unico e immensamente responsabile, non crea un mezzo orfano immenso, ma ripete a livello carnale quello che McCarthy ha fatto ai paesaggi: il deserto spinto. Il padre non è un iperpadre perché la donna rinuncia, il figlio non è un iperfiglio perché gli resta solo un padre immenso. Al contrario, la sparizione della donna genera l’annullamento di ogni coordinata sociale e affettiva del mondo di prima, il suo abbandono crea due orfani di età diversa, due fratelli o, più semplicemente, un adulto e un subadulto che si appoggiano l’uno all’altro per sopravvivere. C’è poi un altro passaggio ineludibile (e narratologicamente analogo) che chiarisce l’ontologia del rapporto, quando il padre spiega al bambino come suicidarsi: non è amore paterno, non è spavento e orrore per la sorte possibile se il piccolo cadesse vivo nelle mani dei cannibali, è la caduta di ogni velo di sangue, di parentela, di età, è il momento in cui due esseri si guardano in faccia sullo sfondo della morte, senza filtri, senza consolazioni possibili scavate nel cuore o nella memoria, in una specie di faccia a faccia preculturale, prelinguistico, animale, dove la necessità è l’unico orizzonte residuo. Per finire, poi, in chiusura di romanzo, il padre muore e il bambino viene “salvato” da una nuova “famiglia”. Potrebbe andare così, potrebbe bastare, ma proprio come sappiamo che il padre mentiva molto spesso al bambino per dargli coraggio, anche McCarthy mente al lettore regalandogli un quasi happy ending. Infatti la vera fine del libro è un’altra:

Una volta nei torrenti di montagna c’erano i salmerini. Li potevi vedere fermi nell’acqua ambrata con la punta bianca delle pinne che ondeggiava piano nella corrente. Li prendevi in mano e odoravano di muschio. Erano lucenti e forti e si torcevano su se stessi. Sul dorso avevano dei disegni a vermicelli che erano mappe del mondo in divenire. Mappe e labirinti. Di una cosa che non si poteva rimettere a posto. Che non si poteva riaggiustare. Nelle forre dove vivevano ogni cosa era più antica dell’uomo, e vibrava di mistero.

La donna che adotta il bambino gli parla di Dio, gli dice che “il respiro di Dio è sempre il respiro di Dio, anche se passa da un uomo all’altro in eterno”, la donna propone insomma al bambino una narrazione della speranza, della continuità e del futuro. Ma il libro non finisce con Dio o con la speranza di qualche sopravvissuto, finisce con le “mappe del mondo in divenire” disegnate sul dorso dei salmerini. E i salmerini non esistono più. il mondo non può più essere rimesso “a posto”, non è possibile riaggiustarlo. Tutto è finito. Sarebbe lungo e inutile mostrare tutti i punti in cui McCarthy fa un corto circuito tra passato ancestrale e futuro attuale, tra epica cosmogonica e romanzo. Ma chi conosce le cosmografie arcaiche avrà riconosciuto in questo finale luminoso e oscuro un’eco delle mitologie di fondazione sottrattive, quelle che descrivano la creazione del mondo proprio elencando le cose che ancora non c’erano, come nel Enûma Eliš accadico:

Quando in alto il Cielo non aveva ancora un nome,
E la Terra, in basso, non era ancora stata chiamata con il suo nome,
Nulla esisteva eccetto Apsû, l’antico, il loro creatore,
E la creatrice-Tiāmat, la madre di loro tutti,
Le loro acque si mescolarono insieme
E i prati non erano ancora formati, né i canneti esistevano;
Quando nessuno degli Dei era ancora manifesto.
Nessuno aveva un nome e i loro destini erano incerti.
Allora, in mezzo a loro presero forma gli Dei.

McCarthy rovescia però il meccanismo: le parole della madre putativa sembrano raccontare la vecchia storia delle genealogie umane, delle stirpi e dei popoli. Ma noi sappiamo che dopo di loro non sopravviverà nessuno. McCarthy ci parla dei salmerini nelle pozze. Ma i salmerini non esistono più. La sua cosmologia negativa evoca l’uomo. E lo annulla. Evoca Dio. E lo annulla. Evoca gli animali. E li annulla. Evoca il mistero. E lo annulla. Fine della biologia. Fine dello spirito. Fine della materia. Fine del tempo. L’entropia ha vinto su tutto. Difficile, alla luce di questo fondamentale e deliberato smantellamento progressivo, continuare a sostenere che The Road è “molto semplicemente” la storia di un padre e di un figlio e che l’Apocalisse è un pretesto. Al contrario, parlando della sparizione della famiglia, della paternità, dei legami di sangue, toccando per finire le corde emotive dei padri che devono fermarsi nel loro fare i padri, che alla fine non ce la fanno, McCarthy sta allestendo l’Apocalisse perfetta. La più definitiva e irreversibile nella storia della letteratura. Perché infatti, e qui quasi tutti sono d’accordo, dopo questo libro è risibile e forse impossibile scrivere nuove distopie e romanzi apocalittici. Ma perché? Forse perché non è dato raccontare l’annientamento ontologico meglio di così, con una serie di luci dell’essere che si spengono senza ritorno.

Di cosa parla allora The Road? Qual è il senso affidato ai personaggi? Forse il fuoco a cui il bambino si aggrappa ma a cui il padre in fondo non crede? La speranza? Lo spirito di Dio? Nel 2017 è uscito nella sale First Reformed di Paul Schrader. In un dialogo che evoca temi cari al nostro tempo, il collasso ambientale, perché dovremmo mettere al mondo figli in un pianeta più buio e più duro, cioè uno dei grandi cavalli di battaglia di estinzionisti e accelerazionisti, un attivista ambientale in crisi parla con un prete ancora in crisi:

– Posso farle una domanda, Reverendo? Con che coraggio si mette al mondo una bambina? […] Sa, i bambini sono pieni di speranze, di ingenua fiducia, mentre il mondo per quella bambina sarà – crescerà, diventerà una giovane donna, mi guarderà negli occhi e mi chiederà se io sapevo fin dall’inizio come sarebbe stato. Che cosa – a quel punto, che cosa dovrei risponderle?

– C’è un feto che cresce nel ventre di Mary. Un feto che è vivo, come un albero o un fiore o una specie in via di estinzione. Un feto che è colmo del mistero e della bellezza della natura. Hai parlato di coraggio, mh? Secondo te Mary vorrebbe abortire? Tu non vuoi avere figli, è questo che hai deciso? Hai chiesto a Mary che cosa ne pensa? Senti qui, qui non si tratta del vostro bambino, non si tratta di Mary. Si tratta di te, della tua disperazione. Mancanza di speranza. […] Ma credi che non ci sia vita possibile oltre alla nostra?

Il prete fa confusione tra coraggio e speranza, e questa confusione, che emerge in un dialogo interrotto da un flusso di coscienza interiore e che quindi non sappiamo dove porta, estrae però le coordinate del discorso che ci interessano qui: il coraggio, non la speranza. Il padre in The Road non ha speranza, ha coraggio. Il senso di tutto quello che fa è sopravvivere senza speranza, ma sopravvivere con coraggio, il che significa non cedere alla disperazione, non rinunciare a qualcosa di inspiegabilmente resistente che ha in sé. Di fronte alla domanda ultima, cioè che cosa dovremmo fare in mondo distrutto, gli scenari possibili sono pochi, forse solo quattro: a) rinunciare-abortire-lasciarsi morire; b) sperare in un salvatore, in una qualche trascendenza, in un deus ex machina; c) sopravvivere senza il “fuoco” nel crollo dell’empatia e in un nichilismo abissale; d) sopravvivere lasciando accesa una luce interiore, un’antropologia di cui l’amore tra un uomo e un bambino è la metafora più elementare e immediata. Posta in questi termini, la scelta di McCarthy è chiara, l’antropologia scarna ma umanistica che propone è l’unica accettabile, e il suo romanzo non è una storia sull’amore padre-figlio ma sull’amore tra sopravvissuti (noi) verso un’idea minoritaria di umanità, un’umanità rara, abbandonata, ma che può ancora capire, che può ancora tenere accesa dentro di sé la comprensione della bellezza misteriosa e preumana dei salmerini.

Matteo Meschiari

(la serie di interventi su La Strada continua…)

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